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L’Italia continua a parlare di sovranità, ma troppo spesso lo fa senza declinarla davvero nei campi che oggi determinano potere, autonomia e competitività: innovazione, intelligenza artificiale, cybersecurity, capacità industriale e infrastrutture tecnologiche. Eppure è qui che si decide una parte crescente del peso internazionale di un Paese. L’Italia resta indietro: nel 2025 figura ancora tra i ”Moderate Innovators”, con una performance pari al 93% della media UE e il 14° posto tra gli Stati membri.

Oggi, accanto al petrolio e all’approvvigionamento energetico, la vera ricchezza strategica di un Paese sono anche i ”dati”: la capacità di generarli, custodirli, organizzarli, condividerli in modo utile, trasformarli in modelli, servizi, difesa, produttività e vantaggio competitivo. L’OCSE invita esplicitamente i governi a trattare i dati come un “asset strategico”. E proprio per questo il ritardo europeo sull’AI non è un dettaglio tecnico, ma un problema di sovranità economica e industriale. La Commissione europea ha avviato l’AI Continent Action Plan per colmare il gap, ma il punto politico è che l’Europa si muove ora in un contesto in cui Stati Uniti e Cina hanno già accumulato scala, capitali, modelli, capacità computazionale e piattaforme.
Se questo divario non viene affrontato con intensità e visione, rischia di diventare molto difficile da recuperare.

I numeri, del resto, non autorizzano narrazioni autoassolutorie. Sul digitale il Paese mostra progressi su infrastrutture e servizi pubblici, ma continua a scontare difficoltà nell’adozione dell’AI e nella crescita delle startup. E proprio qui si apre una contraddizione tutta italiana: parliamo di interesse nazionale, ma non investiamo abbastanza sulla materia prima che oggi alimenta potere economico, militare e tecnologico, cioè dati, calcolo, ricerca applicata e filiere industriali dell’intelligenza artificiale.

È qui che il tema politico diventa serio. Per anni una certa retorica sovranista ha evocato la difesa dell’interesse nazionale soprattutto in chiave simbolica, identitaria o commerciale. Molto meno, invece, in chiave industriale e tecnologica. Ma oggi la vera sovranità si misura anche nella capacità di costruire stack tecnologici, attrarre talenti, trattenere conoscenza, sostenere campioni nazionali e aprire spazi italiani nelle filiere globali dell’AI. Questa è una valutazione politica e strategica; non un dato statistico, ma mi pare la domanda giusta.

Per questo colpisce il caso Leonardo. L’azienda ha presentato ufficialmente ”Michelangelo Dome” come sistema multidominio integrato per la difesa di infrastrutture critiche, territori e asset strategici, con un’architettura aperta e scalabile. La stessa iniziativa è stata descritta come un progetto volto a rafforzare le capacità nazionali ed europee contro minacce come missili e sciami di droni, con piena operatività attesa entro il 2028.

Nel dibattito sulle nomine e sulla linea industriale di Leonardo, i media collegano la mancata conferma di Roberto Cingolani anche alle tensioni attorno al Michelangelo Dome. Questo non prova da solo una scelta strutturale dell’Italia a favore di soluzioni estere, ma segnala almeno una frizione politica su quale debba essere l’ambizione industriale nazionale in un settore decisivo. Ed è una frizione che meriterebbe una discussione pubblica molto più profonda di quella che stiamo vedendo.

Il paradosso è tutto qui: ci riempiamo la bocca di interesse nazionale, ma quando si apre uno spazio per mettere a sistema difesa, AI, cyber e autonomia industriale, sembriamo ancora più pronti a comprare che a costruire. Più pronti a inseguire che a guidare. Più pronti a commentare la sovranità che a praticarla.

E qui entra in gioco una seconda occasione, piccola nei legami formali ma enorme nel valore simbolico e strategico: Dario e Daniela Amodei, fondatori di Anthropic, una delle aziende più rilevanti nel panorama globale dell’AI, sono statunitensi ma figli di un padre italiano originario di Massa Marittima. Nelle scorse settimane si è acceso anche un dibattito pubblico sul rapporto fra Anthropic, sicurezza nazionale statunitense e catene di approvvigionamento, in un quadro che intreccia AI, sicurezza, autonomia e limiti etici.

Allora la domanda, volutamente provocatoria, è questa: perché l’Italia non dovrebbe provare ad aprire una finestra? Perché non immaginare con intelligenza politica, diplomazia economica e visione industriale un “laboratorio Italia” capace di attrarre una presenza, una partnership, un centro di ricerca, una piattaforma di sperimentazione o almeno una relazione strategica con uno dei gruppi più influenti dell’AI contemporanea? Il legame di sangue non basta, naturalmente. Ma può essere un appiglio narrativo, relazionale e geopolitico da non sprecare. Questa è la vera occasione “sovranista”, appunto tra virgolette: non chiudersi, ma usare ogni leva utile per portare dentro il Paese competenze, reputazione, capitale umano e traiettorie di futuro.

Perché la sovranità, nel 2026, non è una parola da comizio. È una politica industriale. È una politica dei dati. È una politica dell’innovazione. È la capacità di fare dell’Italia non un mercato terminale di tecnologie altrui, ma un nodo credibile nelle reti dove si decide il futuro.

E finché non capiremo questo, continueremo a discutere di orgoglio nazionale con strumenti da Paese dipendente.